L’ultima sera di Ornella Vanoni nella sua casa a Brera, uno storico quartiere milanese. E l’amore della città per lei, un’artista sempre stata libera
Una piccola cena, un po’ di tv e poi un gelato da gustare. Una carezza prima di andare a dormire, insomma. La sua assistente va in cucina a prenderlo. Cosa di pochi secondi. L’appartamento in via Vasto, nel quartiere di Brera, è in un punto bellissimo di Milano, vicino al Parco Sempione, per la gioia dell’adorata barboncina Ondina; è al primo piano, tagliato su misura, senza spigoli, ed è già in sé riposante con quel pallido verde che ne colora le pareti. Ma è un appartamento piccolo, non paragonabile a quello che l’ha preceduto, all’ultimo piano di un nobile palazzo di Largo Treves, mitico quanto la vicinissima sede del “Corriere della Sera”, molto evocativo per milanesi e turisti («Sai chi ci abita lassù? Sì, sì, proprio lei: aspettiamo che magari esce!». E spesso esce). Quindi il giro salotto-cucina-salotto è un niente. In quel niente, però, Ornella Vanoni ci lascia. L’ambulanza arriva poco dopo le 23 di venerdì 21 novembre e si constata quel che è successo in quell’attimo che davvero è senza fine.
Ornella è sulla sua poltrona preferita, il capo reclinato sulla spalla sinistra. Un arresto cardiocircolatorio l’ha portata via a 91 anni. Qualche minuto e arrivano anche due amici carissimi, Mario Lavezzi e sua moglie Mimosa Gregoretti. Sono loro a raccontare gli ultimi istanti dell’artista.
Una piccola cena, un po’ di tv e poi un gelato da gustare. Una carezza prima di andare a dormire, insomma. La sua assistente va in cucina a prenderlo. Cosa di pochi secondi. L’appartamento in via Vasto, nel quartiere di Brera, è in un punto bellissimo di Milano, vicino al Parco Sempione, per la gioia dell’adorata barboncina Ondina; è al primo piano, tagliato su misura, senza spigoli, ed è già in sé riposante con quel pallido verde che ne colora le pareti. Ma è un appartamento piccolo, non paragonabile a quello che l’ha preceduto, all’ultimo piano di un nobile palazzo di Largo Treves, mitico quanto la vicinissima sede del “Corriere della Sera”, molto evocativo per milanesi e turisti («Sai chi ci abita lassù? Sì, sì, proprio lei: aspettiamo che magari esce!». E spesso esce). Quindi il giro salotto-cucina-salotto è un niente. In quel niente, però, Ornella Vanoni ci lascia. L’ambulanza arriva poco dopo le 23 di venerdì 21 novembre e si constata quel che è successo in quell’attimo che davvero è senza fine.
Ornella è sulla sua poltrona preferita, il capo reclinato sulla spalla sinistra. Un arresto cardiocircolatorio l’ha portata via a 91 anni. Qualche minuto e arrivano anche due amici carissimi, Mario Lavezzi e sua moglie Mimosa Gregoretti. Sono loro a raccontare gli ultimi istanti dell’artista.
Ornella Vanoni l’aveva detto più volte, con piccole variazioni sul tema· avrebbe capito il momento giusto per andarsene. Non voleva superare i cent’anni, com’era successo a una sua zia. Ora che il momento è arrivato, non possiamo sapere se e che cosa abbia capito davvero, ma scopriamo che quelle parole non erano battute, ma la sintesi di una riflessione molto personale presentata al mondo con un sorriso. La lista dei desideri di Ornella per l’immediato “dopo” è di semplicissima eleganza. Vuol essere deposta, vestita in un abito di Christian Dior (già nell’armadio), in una bara di legno spartana. È inutile fare di più, perché tanto vuole poi essere cremata e le ceneri devono essere sparse nella laguna di Venezia, sua “città dell’anima”, dove ha avuto un piccolo rifugio alle Zattere e un grande amico come il fumettista Hugo Pratt («Volevo finire la mia vita raggomitolata al suo fianco, sentirlo parlare, raccontare con il suo accento veneziano avvolgente. Perché non era solo un uomo, lui era il mondo» aveva scritto di lui).
A Milano, alla sua città vera e propria, vissuta quasi in simbiosi, lascia una richiesta estrosa. Visto che tutti i luoghi celebri sono già stati “assegnati”, chiede che le si dedichi un’aiuola in centro.
A Milano, alla sua città vera e propria, vissuta quasi in simbiosi, lascia una richiesta estrosa. Visto che tutti i luoghi celebri sono già stati “assegnati”, chiede che le si dedichi un’aiuola in centro.
E nel centro di Milano si svolgono gli ultimi atti del suo passaggio in terra Sabato 22 e domenica 23 è aperta la camera ardente al Piccolo Teatro Grassi, in via Rovello. Proprio in quel teatro, nel 1953, la 19enne Ornella aveva iniziato la sua immensa avventura Ora, sotto la pioggia, la salutano più di ottomila persone, tra famosi (da Fiorella Mannoia ad Arisa, Francesco Gabbani, Cristiano Malgioglio, Geppi Cucciali, Gianna Nannini, Caterina Caselli, la senatrice Liliana Segre) e milanesi “qualunque”. Settantadue anni fa, in quel teatro che stava diventando un palcoscenico di fama mondiale grazie al lavoro dei “fondatori”, il regista Giorgio Strehler, il direttore Paolo Grassi e sua moglie Nina Vinchi, Ornella si presenta come una bella ragazza di buona famiglia che vuole iscriversi alla Scuola di recitazione (la sua alternativa è fare l’estetista). Al provino porta un brano dell’“Elettra”. Dalla sala si levano le parole di Sarah Ferrati, attrice giovane ma già “regina” delle scene: «Attenzione! Qui c’è qualcosa!». Il qualcosa è e sarà Ornella.
Per lei Strehler perde la testa e i due si uniscono in un delirio di amore e arte. Lui le apre le porte della recitazione e della canzone, creandole un repertorio di pezzi che sanno d’antico, di popolo, di vite al limite. Sono le “Canzoni della Mala”. Nel 1959 Ornella canta “Ma mi”, che vuol dire “ma io” e racconta di un ladruncolo rinchiuso a San Vittore che non tradisce i suoi complici di oggi come non aveva tradito i suoi compagni partigiani sotto le torture dei nazisti. Per la ragazza è un trionfo. Inizia una carriera leggendaria. Sarà un caso, ma l’ultima esibizione di Ornella a Milano è avvenuta proprio di fronte al Piccolo lo scorso 25 aprile. Seduta su una seggiolina, la Vanoni canta per un piccolo pubblico commosso. Che cosa? “Ma mi”, naturalmente. L’inno di una donna e di un’artista libera.
di Enrico Casarini
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