Come succede spesso alla fine degli anni Sessanta, nel brulicante nuovo mondo musicale in cui proliferano i cosiddetti “complessi”, anche i Delirium nascono dalla fusione di membri di differenti band gravitanti nella stessa area geografica. In questo caso Genova, città che, dopo aver regalato alla storia della musica italiana alcuni dei migliori cantautori di sempre, mostra interesse anche per quel rock progressivo che si sta imponendo tra la fine del decennio e l’inizio degli anni Settanta. Ettore Vigo (tastiere) e Mimmo De Martino (chitarra) provengono dai Sagittari, Peppino Di Santo (batteria) e Marcello Reale (basso) dai Bats, nelle cui fila ha militato fino a poco tempo prima anche Nico Di Palo. Proprio dall’incontro compositivo tra il futuro chitarrista- cantante dei New Trolls e Ivano Fossati, un giovane che a sua volta è appena entrato nei Delirium, nasce Canto di Osanna, sorta di inno mistico per chitarra acustica, percussioni e tanti cori in pieno trend hippy. La canzone, pubblicata su un 45 giri (lato B, Deliriana), è anche premiata dalla giuria del primo Festival d’Avanguardia e Nuove Tendenze di Viareggio, mentre in un altro festival, Palermo Pop 71, la band riscuote sul palco un successo tale da dover suonare anche il giorno successivo.
Tutto questo incoraggia la registrazione di un album intero, mentre l’ultimo arrivato Fossati ha già conquistato la patente di leader: dotato di una voce personale, sebbene molto meno gradevole di quelle di Di Martino e Di Santo, suona flauto, armonica e chitarra. Ma soprattutto scrive i testi delle canzoni, che risulteranno accreditate a lui e a Mario Magenta, un dirigente della Fonit Cetra che, come da prassi dell’epoca, firmerà musiche in realtà scritte dalla band, i cui membri non sono però ancora iscritti alla SIAE.
In fase di composizione, il pur moderato successo di Canto di Osanna spinge i Delirium ad accentuare l’atmosfera un po’ fricchettona, potendo contare soprattutto su un nuovo brano, Jesahel, che dovrebbe rappresentarne il pezzo di punta, tanto che il working-title dell’album è DAL DELIRIO ALL’ JESAHEL. Ma al termine delle incisioni (avvenute presso gli studi Fonit di Torino), la canzone, il cui titolo diventa Jesahel, viene messa da parte in vista di un’apparizione al festival di Sanremo. Pubblicato nel mese di novembre 1971 dalla Fonit Cetra con una bella copertina apribile a tre (disegnata da tale Gigi, in realtà Gigi Merlo, amico di Fossati), DOLCE ACQUA è un concept basato su un viaggio nei sentimenti e nelle sensazioni di un essere umano, esplicitate dai vari sottotitoli.
Nell’apertura Preludio (Paura), sulla base costruita da arpeggi di chitarra acustica, note di basso e percussioni leggere, si alternano le voci, in call and response, di Di Santo e Fossati. Nel ritornello, la sezione ritmica si fa più decisa, mentre un poetico flauto si inserisce nel breve e rallentato finale scandito dagli accordi del pianoforte. Preceduta da una intro di batteria che simula il galoppo di un treno, Movimento I (Egoismo) rimette in evidenza il flauto di Fossati, suonato a tratti alla maniera di Ian Anderson, supportato da un coro in sottofondo, prima che, sui contrappunti jazzati del pianoforte, arrivino le parole cantate da Ivano, pesanti come un macigno: “Io non ho padre e non ho madre [...] nella mia vita non ho amato niente altro che me . Musicalmente, spicca la notevole interazione della band, in un brano ricco di percussioni e cori.
Bellissimo il Movimento II (Dubbio), un pianoforte romantico e melodico introduce il canto di Di Martino, seguita da sbuffi del flauto, ancora protagonista. La canzone viene resa ancora più orecchiabile da un convincente passaggio dell’orchestra, diretta dal Maestro Giancarlo Chiaramello.
To Satchmo, Bird And Other Unforgettable Friends (Dolore) appare come un’improvvisazione in sala, un po’ come il lato B del CONCERTO GROSSO PER I NEW TROLLS: inizia con alcuni colpi di batteria, seguiti da un pianoforte classicheggiante e cinematografico. L’inserimento meditativo del flauto cambia lo scenario per pochi istanti, poiché in realtà prelude a una serie di assoli in chiave jazzy (in omaggio ovviamente ai giganti citati nel titolo) di tutta la band a eccezione di Di Martino, che è un chitarrista esclusivamente acustico. Ma è proprio lui, con un bel giro di chitarra, a introdurre il doppio brano che apre il lato B, Sequenza I e II (Ipocrisia-Verità), assecondato da sezione ritmica, organo e, più avanti, il flauto. Nonostante l’accattivante pianoforte, un gradevole tema ricorrente e vari vocalizzi (anche femminili, non accreditati), la canzone appare tuttavia minore. Meglio la successiva Johnnie Sayre (II perdono), espressamente ispirata all’omonimo personaggio tratto dall’antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters: protagonista è un bambino che, dopo aver marinato la scuola, finisce sotto un treno e per questo chiede perdono al padre. La musica cerca di accompagnare il susseguirsi degli eventi: dopo una intro più meditativa (accordi di chitarra acustica, sbuffi di flauto, percussioni, note di basso), Fossati inizia a cantare il dolente testo, favorito dal flauto e delicate tastiere. Quando la chitarra si lancia in un ritmo sostenuto, un coro sia maschile che femminile pronuncia insistentemente la parola “treno” mentre la batteria scandisce il ritmo della locomotiva che, nonostante il rallentamento e il fischio, non può evitare il tragico epilogo. Più banale la cantilenante Favola o storia del lago di Kriss (Libertà), contraddistinta da una melodia del flauto e il canto monocorde di Fossati su una base di chitarra acustica e batteria. Un rialzo di tonalità incentiva l’applicazione di un filtro alla voce, mentre le tastiere rifiniscono e il tutto termina con un ennesimo assolo del flauto. Gloriosa la chiusura di Dolce acqua (Speranza), dolcissima nenia (mandata a manetta nelle radio dei primi anni Settanta) che trasmette serenità, quasi trascendenza: sulla sequenza degli accordi della chitarra acustica, una melodia viene ripetuta all’infinito prima dal flauto, poi da un canto a monosillabi che solo alla fine, dopo che il mood è costantemente cresciuto grazie anche all’apporto del piano e degli archi, evolve in un brevissimo testo. Poche settimane dopo Jesahel (testo di Fossati, musica di Oscar Prudente) riscuoterà come auspicato grande interesse a Sanremo ’72, spingendo il gruppo a cavalcare l’onda con un altro singolo (Haum!). Giunti a questo punto, Ivano decide di lasciare i compagni per avviarsi verso una straordinaria carriera solista, mentre i Delirium andranno avanti qualche anno con un altro paio di ottimi lavori prog, prima di un lungo scioglimento e il ritorno con un nuovo album in studio solo nel 2009.
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