gennaio 14, 2025
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Il disco d’esordio della cantante e compositrice torinese riesce a unire mirabilmente un’attitudine sperimentale con il pregio dell’accessibilità, una visione musicale estremamente personale e quasi impossibile da incasellare nel solito gioco dei generi (elettronica? pop digitale? Avant folk?), e una forte capacità di scrittura, che utilizza la voce come elemento sonoro, in grado di utilizzare a sua volta la parola come strumento espressivo libero da schemi e costrizioni sintattiche. Nella sequenza dell’album, dopo l’intro eterea di Oh, Girl!, a iniziare il racconto del percorso artistico di Giulia Impache è proprio quello che fu il primo brano da lei pubblicato, ovvero In The Dark: una melodia dolente che apre a sviluppi caotici e dissonanti, come a riflettere il disordine emotivo che corrisponde all’episodio che l’ha ispirata, ovvero l’uccisione di George Floyd.  


Segue il prodigio di (Tm) Looking (For) Life, dimostrazione clamorosa di come si possa applicare il concetto di pop a una composizione insolita e ambiziosa. Sulla melodia sottolineata dalla voce di Giulia, il testo tratteggia una situazione personale negativa e la volontà di affrontarla e risolverla. Dichiaratamente ispirata alle colonne sonore di David Lynch e alla sublime musica di Robert Wyatt, è sicuramente uno dei brani più rappresentativi dell’intero album. Così come Quello Che (Outside), la cui cerebrale oscurità è il mezzo per affrontare ed esorcizzare un tema universale come quello del panico, delle situazioni di ansia e vulnerabilità e delle oggettive barriere comunicative a queste collegate (“Ma se tu aprissi quella porta / Se capissi quello che c’è dietro”).

 

Se Occhi sceglie inopinatamente la forma antica del madrigale per evocare il canto polifonico, alienato però da irregolari elaborazioni elettroniche, la struttura free form di Ogni Cosa costituisce l’unico episodio strumentale in scaletta. Lungo tutto il disco si avvertono una varietà e una maturità sonora rara da riscontrare negli album di debutto, almeno a queste latitudini, e va certamente citato il contributo di Jacopo Acquafresca e Andrea Marazzi nella produzione e per gli arrangiamenti. 


Di materia pop complessa ed elaborata sono anche Life Is Short e Please, mentre la dimensione sospesa e rarefatta su cui si muove Sailor (For Fin) chiude splendidamente la scaletta: “E non c’è niente che io sentirò, se vai / Cado”. 

Ispirato sia musicalmente che tematicamente - dal personale al sociale, come si sarebbe detto anni fa - da suggestioni di natura diversa, In:Titolo è un lavoro che apre nel migliore dei modi il 2025 della musica italiana più sotterranea e creativa, e che suona già di livello internazionale. Una vera, preziosa sorpresa. 

 

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