Ad un anno di distanza "Patriots” ha un seguito: il titolo richiama immagini lontane, la radio colossale dei nonni nel salotto di casa, l'ombra del cane e del grammofono stampata per bene sulla tela che copriva l’altoparlante, i dischi a 78 giri. "La voce del padrone”, "The voice of Master” in America, quando la Emi muoveva i primi passi da multinazionale.
Franco Battiato si ripropone secondo gli ultimi canoni che lo hanno imposto all'attenzione di un pubblico sempre più vasto: ritmiche senza pace sorrette dalle tastiere prima ancora che dal basso e dalla batteria. orchestrazioni ineccepibili da un punto di vista formale, un arrangiamento che mira a dare una precisa collocazione nell'intero contesto musicale alla voce di Franco, particolarissima nelle cadenze e nei toni. E poi i testi, i frammenti riscoperti qua e là, i ricordi che sembravano perduti per sempre, la logica sfrenata e spinta al limite estremo (quel razzismo che, come dice l’autore, "non mi fa guardare quei programmi demenziali con tribune elettorali"), la lucidità critica, ma anche ironica ed autoironica, nel valutare manie personali (gli occhiali da sole) e fenomeni collettivi.
Ma, tra un frammento e l’altro, tra le bolle blù di Mina e le canzoni dei Beatles. Battiato trova anche il tempo per disegnare. con poche battute, bozzetti molto intensi come nel caso della prima canzone "Summer on a solitary beach” (dove si arriva anche a una citazione tragica: "Mare, mare, mare, voglio annegare..." con la voce che va sempre più in alto mentre I due-accordi-due su cui trova facile gioco l’orchestrazione di Giusto Pio continuano a martellare con ritmo ipnotico). Con "Bandiera bianca" la poesia lascia il passo alla satira, all'ironia che si sublima quando la voce di Franco, metallica e fredda nei suoi suoni di megafono, dichiara che "sul ponte sventola bandiera bianca". Che succede? Ci si arrende oppure si continua anche se ci manca il pane, come del resto voleva la canzone popolare cui Franco ha staccato questo frammento? La bandiera bianca sventola ambigua ed è già tempo di "Gli uccelli", brano che conclude la prima facciata, molto poetico nella sua glaciale freddezza scandita dalle prospettive che cambiano.
Sul lato 2 l'ironia di "Cuccurucucu". nutrita con ricordi di tarda adolescenza, storie di indiani e afgani, considerazioni del tipo "la barba col rasoio elettrico non la faccio più”, si smorza nel ripensamento maturo e razionalmente trascendente di "Segnali di vita" ("...le luci fanno ricordare le meccaniche celesti"), mentre con "Centro di gravità permanente" è l’immagine che diventa poesia ("una vecchia bretone...”) ma poi cede al razionale bisogno dei propri punti di riferimento in modo quasi stizzoso: "Non sopporto i cori russi, la musica finto rock, la new wave italiana, il free jazz inglese, neanche la nera africana". L’album si chiude con "Sentimiento nuevo" ed anche qui le immagini sono privilegiate per raccontare una storia quasi d'amore ("Ed è bellissimo perdersi in questo incantesimo...") con contrappunto segnato dal vibrafono di Donato Scolese.
I musicisti in sala: ottimi Alfredo Golino, Paolo Donnarumma e Phil Destrieri (rispettivamente batteria, basso e tastiere), bravissimo come al solito il chitarrista Alberto Radius, essenziale Claudio Pascoli nei suoi interventi di sassofono. Un bravo anche ai ragazzi del coro chiamati più volte in causa, e cioè ai Madrigalisti di Milano. Viene da pensare che solo Battiato poteva portarli in sala per fargli cantare le sue insolite canzonette...
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