gennaio 10, 2025
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Ad un anno di distanza "Pa­triots” ha un seguito: il titolo richiama immagini lontane, la radio colossale dei nonni nel salotto di casa, l'ombra del cane e del grammofono stampata per bene sulla tela che copriva l’altoparlante, i dischi a 78 giri. "La voce del padrone”, "The voice of Master” in America, quando la Emi muo­veva i primi passi da multinazionale.

Franco Battiato si ripropone secondo gli ultimi canoni che lo hanno imposto all'attenzione di un pubblico sempre più vasto: ritmiche senza pace sorrette dalle tastiere prima ancora che dal basso e dalla batte­ria. orchestrazioni ineccepibili da un pun­to di vista formale, un arrangiamento che mira a dare una precisa collocazione nel­l'intero contesto musicale alla voce di Franco, particolarissima nelle cadenze e nei toni. E poi i testi, i frammenti risco­perti qua e là, i ricordi che sembravano perduti per sempre, la logica sfrenata e spinta al limite estremo (quel razzismo che, come dice l’autore, "non mi fa guar­dare quei programmi demenziali con tribu­ne elettorali"), la lucidità critica, ma anche ironica ed autoironica, nel valutare manie personali (gli occhiali da sole) e fenomeni collettivi.

Ma, tra un frammento e l’altro, tra le bolle blù di Mina e le canzoni dei Beatles. Battiato trova anche il tempo per disegna­re. con poche battute, bozzetti molto in­tensi come nel caso della prima canzone "Summer on a solitary beach” (dove si arriva anche a una citazione tragica: "Ma­re, mare, mare, voglio annegare..." con la voce che va sempre più in alto mentre I due-accordi-due su cui trova facile gioco l’orchestrazione di Giusto Pio continuano a martellare con ritmo ipnotico). Con "Bandiera bianca" la poesia lascia il pas­so alla satira, all'ironia che si sublima quando la voce di Franco, metallica e fredda nei suoi suoni di megafono, dichia­ra che "sul ponte sventola bandiera bian­ca". Che succede? Ci si arrende oppure si continua anche se ci manca il pane, come del resto voleva la canzone popo­lare cui Franco ha staccato questo fram­mento? La bandiera bianca sventola ambi­gua ed è già tempo di "Gli uccelli", brano che conclude la prima facciata, molto poe­tico nella sua glaciale freddezza scandita dalle prospettive che cambiano.

Sul lato 2 l'ironia di "Cuccurucucu". nu­trita con ricordi di tarda adolescenza, sto­rie di indiani e afgani, considerazioni del tipo "la barba col rasoio elettrico non la faccio più”, si smorza nel ripensamento maturo e razionalmente trascendente di "Segnali di vita" ("...le luci fanno ricordare le meccaniche celesti"), mentre con "Cen­tro di gravità permanente" è l’immagine che diventa poesia ("una vecchia breto­ne...”) ma poi cede al razionale bisogno dei propri punti di riferimento in modo quasi stizzoso: "Non sopporto i cori russi, la musica finto rock, la new wave italiana, il free jazz inglese, neanche la nera afri­cana". L’album si chiude con "Sentimiento nuevo" ed anche qui le immagini sono privilegiate per raccontare una storia quasi d'amore ("Ed è bellissimo perdersi in que­sto incantesimo...") con contrappunto se­gnato dal vibrafono di Donato Scolese.

I musicisti in sala: ottimi Alfredo Goli­no, Paolo Donnarumma e Phil Destrieri (rispettivamente batteria, basso e tastie­re), bravissimo come al solito il chitar­rista Alberto Radius, essenziale Claudio Pascoli nei suoi interventi di sassofono. Un bravo anche ai ragazzi del coro chia­mati più volte in causa, e cioè ai Madri­galisti di Milano. Viene da pensare che solo Battiato poteva portarli in sala per fargli cantare le sue insolite canzonette...

 

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