dicembre 25, 2024
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Colto e carismatico, Francesco (così firmava i primi dischi) ha attraversato sei decenni di storia culturale italiana senza mai cambiare e senza mai stancare il suo pubblico, sempre più vasto e appassionato.

La carriera musicale di France­sco Guccini (Modena, 1940), distinta e complementare a quella esercitata con pari in­tensità di scrittore, parte da molto lontano: quando nel 1967, dopo aver composto come autore brani per Gi­gliola Cinquetti, Nomadi, Equipe 84 e so­prattutto Caterina Caselli, dà alle stam­pe l’album dal titolo FOLK BEAT N. 1. Il giovane Guccini tenta il suo primo ap­proccio con la canzone d’autore con un lavoro dagli arrangiamenti scarni ed es­senziali, dalle tematiche impegnate af­frontate ora in modo drammatico ora ironico. Nel disco, firmato solo col suo nome, sono presenti però brani rimasti nella storia, anche perché portati al gran­de pubblico da gruppi come i Nomadi e l’Equipe 84: Auschwitz (conosciuta anche come Canzone del bambino nel vento) e In morte di S.F. (ripubblicata poi con il tito­lo Canzone per un’amica). Il disco fu pub­blicato con l’etichetta La voce del Padro­ne, poi EMI Italiana, a cui il cantautore restò fedele per tutta la sua carriera fino a L’ULTIMA THULE. In DUE ANNI DO­PO (1970), firmato ancora come France­sco, gli arrangiamenti musicali restano scarni nonostante l’introduzione della chitarra fingerpicking di Deborah Kooperman, artista americana con cui collaborerà per un decennio. In questo album però si comincia a delineare la tematica di base di Guccini: la natura inesorabi­le del tempo, narrata attraverso figure e personaggi letterari. Modalità conferma­ta e amplificata con L’ISOLA NON TRO­VATA (1971): il titolo è ripreso da Goz­zano e nei brani ci sono continui riferi­menti letterari: a Salinger, a Marco Polo, a Schopenhauer. È presente un brano, Il tema, che sembra una dichiarazione d’in­tenti: “Cantare il tempo andato sarà il mio tema”. E questo, in effetti, sarà. Dal pun­to di vista musicale la produzione di Pier Farri, che accompagnerà a lungo Guccini, veste le sue canzoni di suoni più solidi, a tratti addirittura eccessivi, servendosi di musicisti d’eccezione che lo seguiranno, con qualche variazione, per tutta la sua carriera: Eliade Bandini, Ares Tavolazzi, Vince Tempera. 

Il successo comincia ad arrivare nel 1972 con RADICI, contenente lo storico La lo­comotiva, con cui Guccini terminerà ogni suo concerto. Dopo la parentesi cabaret­tistica di OPERA BUFFA (1973) e il con­troverso STANZE DI VITA QUOTIDIA­NA (1974) Guccini pubblica uno dei suoi album più venduti: VIA PAOLO FAB­BRI 43 (1976) che ha al suo interno la fa­mosa invettiva de L’avvelenata. Il tema di Guccini si propaga in tutti gli album suc­cessivi, pur se affrontato da punti di vista diversi: la storia familiare in AMERIGO (1978); il viaggio e le città presenti e fu­ture in METROPOLIS (1981); il senso di inutilità che pervade GUCCINI (1983). Fino ad arrivare all’album della sua piena maturità, SIGNORA BOVARY (1987), pervaso di malinconia e con il chitarri­sta argentino “Flaco” Biondini in stato di grazia, che conferisce al disco quel sapo­re di Tango non più legato alla balera ma universale, via via passando attraverso un pugno di altri album indimenticabili ver­so L’ULTIMA THULE (2012) che nel­le intenzioni di Guccini doveva chiude­re la sua esperienza musicale, ma venne poi smentito da CANZONI DA INTORTO (2022) e CANZONI DA OSTERIA (2023) e poi chissà da cos’altro.

 

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